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Da destra a sinistra: io, Fido e Coca Cola

Dalla scorsa settimana nelle foto di Facebook è possibile taggare, oltre alle persone titolari di un profilo, anche prodotti commerciali e marchi. Un’abile strategia di brand entertainment attraverso la quale le grandi marche contano di reclutare milioni di “creativi”: gli utenti.

Fare una foto di gruppo, postarla su Facebook e taggare gli utenti riconoscibili all’interno dell’immagine è ormai una delle pratiche più frequenti a cui possiamo pensare. Con una semplicissima operazione otteniamo tre risultati: informiamo i nostri amici (per esempio sul fatto che siamo stati a una festa, a un evento o comunque in un determinato luogo insieme a determinate persone), creiamo intrattenimento (non solo per le persone taggate, ma per tutti coloro che visualizzernno la nostra bacheca) e – come per qualsiasi attività sui social – “facciamo rete”, vale a dire approfondiamo il rapporto con i “taggati” coinvolgendoli in un thread di discussione, per quanto rudimentale.

La novità è che alcuni i grandi brand, in primis Coca Cola, hanno iniziato a invogliare i fan a citare, oltre che a fotografare, i propri prodotti in giro per il mondo. La funzione che rende possibile taggare in uno status i detentori delle fan page è stata attivata da Facebook un paio di mesi fa (prima era possibile farlo solo con i profili personali), e pare stia riscuotendo successo. In poche parole ora è possibile fotografarsi insieme a una lattina di Coke (ma anche a una tazza di caffè Starbucks, o indossando un capo d’abbigliamento Zappos) e citarla nella descrizione anteponendo il carattere “@” al nome del prodotto in oggetto.

A ben pensarci non si tratta affatto di una trovata calata dall’alto. Da tempo, infatti, gli utenti di Facebook hanno iniziato a distorcere in maniera “creativa” il flusso comunicativo immaginato da Zuckerberg e soci. Siccome nulla ci ha mai vietato di aprire un profilo personale intestato all’orsacchiotto della nostra infanzia, al nostro cane, o alla nostra associazione culturale (anche se in quest’ultimo caso si tratta di una forzatura, poiché Facebook invita ad aprire profili personali solo per le persone fisiche), la rete si è presto riempita di didascalie del tipo “Marco, Giovanna e ‘Circoloditennislaracchettadoro’”, o “Marco, Giovanna e Fido”.

Le aziende, dunque, non hanno fatto altro che promuovere un’abitudine già diffusa, fiutando l’affare e cercando di usufruire di una pratica di user generated content consolidata, trasformandolo in un veicolo di visibilità potenzialmente enorme e… gratuito (naturalmente non sono previste revenues per gli autori delle foto).

L’affermazione di questa attività di “product placement nel quotidiano” non fa che riaffermare una tendenza già nota: quella dell’umanizzazione dei valori di marca. Da un lato, attraverso i fenomeni di personal branding, le persone tendono ormai a promuoversi nella vetrina globale e a entrare nel mercato conversazionale come fossero dei brand; dall’altro le marche stesse assumono un volto familiare, confidenziale, e popolano le nostre vite di consumatori entrando dalla porta principale: quella dell’amicizia e della fiducia.

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Posted on: lunedì, maggio 16th, 2011 by vincenzo bernabei

Categorie: Brand | Comunicazione | Culture | News | Tecnologie & Web.

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