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Sparta, Atene e i referendum

I quesiti referendari del 12 e 13 giugno hanno lasciato, com’era del tutto prevedibile, molti strascichi polemici tra le forze politiche. Ma se c’è uno schieramento, il centrodestra, la cui sconfitta appare inequivocabile, ce n’è un altro che si appropria con estrema nonchalance di una vittoria i cui meriti andrebbero condivisi con un movimento d’opinione che parla un linguaggio nuovo. E non si sente affatto rappresentato dal Palazzo.

Brand Care online non è sicuramente lo spazio più adatto per sviluppare un ragionamento politico in senso stretto, ma le ultime due tornate elettorali (tre, se includiamo i ballottaggi in alcune grandi città) offrono spunti di riflessione notevoli rispetto alle modalità di partecipazione adottate da quella che – almeno  fino a qualche tempo fa – veniva definita “società civile”. Spunti che vanno ben al di là delle contrapposizioni tra i diversi schieramenti, e che riguardano un mutamento culturale e comunicativo complessivo, che con ogni probabilità si rivelerà decisivo nei prossimi mesi. Un cambiamento di sistema in atto già da qualche tempo e che in questa precisa fase, è sotto gli occhi di tutti, sta subendo una evidente accelerazione.

La mobilitazione del “popolo del web” (tanto per usare una definizione molto gradita agli organi di informazione generalista) non ci dà esplicite indicazioni sui consensi o sugli insuccessi ottenuti dal PD, dal PDL, dal Terzo Polo o da chiunque si riconosca in un modello organizzativo “classico”. Diversamente, ci avverte che le regole del gioco stanno per essere riscritte definitivamente, e per affermarsi alle elezioni politiche del 2013 (ma anche successivamente, in una prospettiva di lungo periodo) nessuna forza può illudersi di poter far leva su una proposta politica improntata alla continuità col passato, anche recente.

In altri termini, anche se può sembrare strano, le dichiarazioni dei dirigenti “sconfitti” della Lega e del PDL  che continuano, più o meno retoricamente, a parlare della propria debacle descrivendola come il frutto di un’isteria antipolitica dell’elettorato che non premia né la destra né la sinistra, non sono affatto prive di fondamento. Certo, parlare di isteria ha un che di presuntuoso, soprattutto perché di solito siamo abituati a etichettare come “isterico” un atteggiamento che, semplicemente, non capiamo. Ma le espressioni “siamo tutti sulla stessa barca” o “se Atene piange Sparta non ride”, abusate e vacue quanto si vuole, se pronunciate da un qualsiasi esponente politico in questo momento sono essenzialmente vere, e colgono nel segno. Perché se di isteria dobbiamo parlare, allora la diagnosi va riferita alla politica stessa, incapace di  proporsi in modo empatico e credibile ai cittadini-utenti, a un tessuto produttivo sempre più informatizzato e “smart” che usa codici espressivi nuovi per istituire relazioni di business, agli utenti italiani di Twitter che, come scrive il nostro amico Jovanz74, venivano al corrente dei risultati del referendum (anzi, del #referendum) in tempo reale durante gli scrutini, e condividendoli in rete non rompevano il tanto celebrato “silenzio elettorale” solo perché, molto banalmente, non l’avevano mai iniziato (non ditelo ai politici!).

Negli ultimi mesi anche su Brand Care magazine abbiamo più volte affrontato i temi delle comunità creative, delle culture partecipative, del crowdsourcing, della ricerca, dell’innovazione, del cosiddetto 2.0 (concetto che a questo punto ha senz’altro bisogno di essere rivisitato, quanto meno sotto l’aspetto nominale), del social networking, della fluidità” identitaria e del lifestyile, sottolineando quanto tutti questi elementi siano connessi tra loro, oltre che ai temi che quotidianamente affrontiamo come professionisti della comunicazione e del marketing, o semplicemente come cittadini che si trovano ad affrontare le questioni del quotidiano. Continueremo a farlo con la consapevolezza che il rinnovamento, anche politico, arriverà da qui, e non dalla televisione generalista o dal digitale terrestre, né dalle grandi testate cartacee che troppo spesso tentano di travestirsi da organi digitali replicando il codice espressivo dei giornali su un dominio.

Parafrasando uno degli intellettuali più innovativi del secolo scorso, Marshall McLuhan, possiamo tranquillamente affermare che in questa fase culturale la rete è il messaggio. Il messaggio che le istituzioni, la politica e  gli organi di informazione devono cogliere se vorranno continuare (o meglio: ricominciare) a parlare in rappresentanza di qualcuno o di qualcosa. In caso contrario un altro grave disturbo oltre all’isteria, cioè l’autoreferenzialità, si impossesserà della classe dirigente e colpirà tutti indistintamente: da Berlusconi a Bersani, da Santoro a Vespa e Mentana, dalla RAI a Mediaset, dai sindacati a Confindustria.

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Posted on: mercoledì, giugno 15th, 2011 by vincenzo bernabei

Categorie: Comunicazione | Creatività | Culture | News | Tecnologie & Web.

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